Oggi mio nonno vende la “casa vecchia”.
Non riesco a pensarci, perchè se mi entra in testa mi scoppia il cuore… vorrei continuare a far finta che sia ancora sua, anche se sono più di dieci anni che nessuno ci mette più piede.
E’ la casa dove sono cresciuta, pur essendo di fatto cresciuta in città.
E’ la casa, il luogo intero, dove conservo tutti i miei ricordi felici, dove sono stata bambina, dove ogni foto che mi ritrae ho un sorriso così grande che abbraccia tutta la montagna circostante.
C’erano la mia nonna, che mi ha cresciuta dandomi tutti i valori giusti e formando la donna che sono, e c’era mia zia, la mia sorella, la mia compagna di mille avventure.
C’era un mondo, lassù. C’erano gli animali, c’era la vita povera “di una volta”, c’erano i gattini e i pulcini e gli anatroccolini e i conigliettini, c’era freddo freddo che si andava a letto solo con il “prete” quando era inverno.
C’era mio nonno con il suo camion, che mi aiutava a salire dietro perchè volevo aiutarlo a caricare e scaricare la merce, ed ogni volta che rientrava era una festa per me, perchè sapevo che ci sarebbe stato un ovetto Kinder come premio se aiutavo. E anche se non aiutavo. E il camion era pieno di meraviglie, c’erano quei succhi di frutta nelle bottigliettine, che avevano un sapore che non c’è più. C’era il formaggio da far fondere nella mia padellina personale, tutta incrostata e per questo rendeva il formaggio ancora più delizioso.
C’erano le galline, stupidi animali, da rincorrere durante il giorno e portare a dormire la sera. E le uova da bere anche crude, che non c’era certo alcun pericolo, anzi.
C’era fare il pane, la pizza e la torta ogni sabato, perchè il forno a legna lo si accendeva una volta sola e quella volta lì, si doveva cuocere per tutta la settimana.
C’erano i funghi, da “spiattellare” sulla stufa e “rispiattellare” sulla fetta di pane abbrustolito, che si imbibiva del sughetto del fungo ommmiiodddio non mi ci fate proprio pensare, mai più assaggiato sapori così divini.
C’erano i miei cugini, tutti più piccoli, a prendere ordini da me capobanda dittatoriale che inventavo ogni gioco fantastico per tenerci impegnati tutto il giorno.
C’era il bosco ed ogni suo anfratto, ogni angolo diventava scenario di immaginazione e reggia di castello, covo dei pirati, astronave spaziale.
C’era questa casa grande grande, con mille stanze dove perdersi, e il forno a legna per fare le finte pizze con la cenere, e il piazzale dove mettevamo in fila le seggiole per mettere in scena i nostri spettacoli in favore dei “grandi”.
C’era la stufa davanti alla quale mi sedevo, al buio, per arrostire un rametto di legno, ma solo sulla punta, perchè così al buio roteandolo avrei creato mille forme con mille giochi di quella lucina piccola piccola che era il mio legnetto.
C’era il prato per le lunghe discese con il bob, e il salto dove puntualmente volavamo per aria e ci ritrovavamo sepolti nella neve, e le risate, dio quante risate!
Mi “mettevano fuori” al mattino e mi “ripescavano” quando era ora di mangiare… e potevo urlare, e urlavo, e quando mia madre mi diceva di non urlare, mia nonna sgridava lei: “è una bambina, lasciala urlare che qua mica dà fastidio a nessuno… non siamo mica in città, lascia che si sfoghi!”
Non ho un solo ricordo di telefono o di televisione, con le mie amiche “di città” ci si scriveva le lettere, e che festa quando arrivava il postino!
E ogni singolo angolo mi viene in mente, e per ognuno una lacrima e un dolore sordo proprio qua, in mezzo al petto, dove fa veramente male.
Perchè lo so che dall’adolescenza in avanti, non sono più andata volentieri. Perchè ero lassù costretta in mezzo al niente, e non volevo più rimanere là per le vacanze.
Ma ho davanti agli occhi quel sorriso, quello che avevo da bambina, quella sensazione di avere tutto il mondo a portata di mano, di essere amata, di essere il e nel centro del mondo intero.
C’era tutto anche se non c’era niente, e non per la classica nostalgia del vecchio e del passato in generale, ma la vita era così genuina, in confronto a quella di città, che se potessi augurare del bene ad ogni bambino del mondo, gli augurerei di poter crescere in quel modo.
Addio “casa vecchia”.
Ma non ci voglio pensare, perchè sennò scoppio a piangere come una fontana e non è il caso.

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