Ho trascorso giovinezza ed adolescenza in bicicletta.
Sono salita sulle due ruote quando avevo all’incirca 8 anni, e ne sono scesa a 19, quando ho conseguito la patente.
Ma ci vivevo in cima, a quella bici. Era una vecchissima bicicletta da uomo (per sfrecciare meglio!), ereditata da mio zio, che l’aveva ereditata da mio padre, che l’aveva ereditata dal mio nonno. Che forse l’aveva comprata usata.
Era vecchia vecchia, grigio chiaro, tutta scrostata, con i pedali che “schioccavano” quando giravo in sotto. Ma era mia. Mia fedelissima, compagna di ogni “viaggio” (diciamo di ogni spostamento, meglio!).
La utilizzavo sfrecciando in mezzo alle macchine ed al traffico, facendo lo slalom tra gli specchietti, schivando mezzi all’improvviso, districandomi negli ingorghi.
Pioggia, neve, due ruote e via.
Ci andavo a scuola, a trovare le amiche, a fare “la vasca” in centro, a fare compere, a fare commissioni.
Poi un giorno, avevo sì preso la patente, ma credo si sia infiltrata di più “la briga” come si dice dalle nostre parti. “La briga” ti prende quando non hai proprio voglia di fare qualcosa… “vieni a fare un giro in bicicletta?” “No, non ne ho voglia, MI SA BRIGA”.
Vabbè, “briga” non è traducibile in italiano. Ma è esattamente ciò che mi ha preso più o meno a quell’età, la pigrizia, era tanto comoda la macchina, tanto calda in inverno, e via… accantonata la bici, tanto che nemmeno so più che fine ha fatto, la mia vecchia scassatissima due ruote.
Ho ripreso in mano la bicicletta la scorsa estate, perchè avendo un camper, fa comodo. Inoltre, mia figlia sempre la scorsa estate, si è finalmente degnata di imparare a pedalare… e quindi, due ruote siano. I primi giorni sono stati traumatici. Non ricordavo esattamente dove si trova l’osso sacro, ebbene in quei primi giorni l’HO RICORDATO. E bene! AHI, quanto bene!!!
Poi sono “partita”, nel senso che ho ingranato e l’estate è scivolata via una meraviglia.
Quest’inverno mi sono iscritta in palestra, perchè ho un ginocchio malandato e se non gli mantengo la muscolatura sopra, mi crolla.
E pensavo: pago per andare a pedalare, quando potrei farlo gratis…
Ieri il mio collega, ciclista appassionato, mi ha fatto letteralmente “una testa così” su come sia bello girare in bici in città, e via a spiegarmi le strade che percorre, le scorciatoie….
E sia, mi è partito l’embolo: oggi sono andata al lavoro in bicicletta. Non è troppo lontano, sono solo 6 km, che in pratica significa “dall’altra parte della città”. E considerando che a pranzo torno a casa, sono la bellezza di 24 km al giorno.
Le piste ciclabili sono quasi ovunque, perlomeno nel tragitto che devo percorrere.
Devo costeggiare il fiume, amato lungo fiume che porta con sè i ricordi delle scuole superiori (i migliori aaaaanni della nooooostra vitaaaa…..). C’è una colonia di cerbiatti, che insieme a fagiani (grossi così!) e altri animali, popola l’argine. Capolavoro.
Devo attraversare la zona delle scuole superiori, e non vi dico lo stringimento di cuore.
Attraverso il centro, con i suoi negozi, il profumo dei forni, le risate squillanti dei giovani adolescenti che escono dalle scuole e si riversano nelle strade.
Mi immergo nel parco, saluto i cigni dello stagno, e infine arrivo a destinazione.
Che detta così, paiono mesi di viaggio… in realtà, in macchina impiego 15 minuti, in bicicletta (senza correre) ne impiego 20. Ma ne guadagno in spirito.
Ora scrivo questo post, perchè oggi è il primo giorno e non lo so, se reggo. So che oggi sono così entusiasta, che entrare in ufficio mi ha intristito, avrei voluto continuare a pedalare, e pedalare ancora, e godermi la mia città che tanto amo.
E a voi, la prova della colonia di cerbiatti:
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