Ci sono molte riflessioni che devo fare. Su tutte, il fatto che io sono cresciuta in una famiglia in cui la polvere si nasconde sotto al tappeto, in cui i panni sporchi si lavano in casa, e soprattutto la facciata è la cosa più importante. Una famiglia che l’estate della mia maturità, mentre mio nonno stava morendo di tumore, mi ha detto che faceva la chemio “per prevenzione”. E mi ha detto così perché non voleva turbarmi, sai avevo l’esame di maturità… Così sono cresciuta che io sono il giullare di corte, quella che ride sempre, quella sempre a sdrammatizzare. Quella che se sta male, piange di notte nel letto, rigorosamente a luci spente. Che quando mi chiedono come sto, io sto sempre bene. Ho raccontato qualche post fa, di mia figlia che mi aveva visto con le lacrime agli occhi e le avevo detto che erano le lenti a contatto… ecco, classico esempio di come sono io. Mi è stato fatto notare che oltre all’essere stata cresciuta in questo modo, c’è anche una buona componente del mio voler piacere agli altri. E di sicuro anche questo incide! Ma mi si ritorce contro e ne sto pagando un caro prezzo. Sembra, per ora sembra soltanto ma fa già male come una coltellata, che siccome mia figlia è estremamente sensibile ed attenta (e lo è), percepisca i miei malumori ma non capendone la causa, pensa sia a causa sua. Se io sorrido ma in realtà sono spaventata, arrabbiata, preoccupata, triste… lei capisce che qualcosa non va. Ma sorrido, quindi non può chiedermi nulla. E potrebbe pensare di esserne responsabile lei. E va in accumulo. Con suo padre non ci ha mai visto litigare, non ci ha mai visto discutere, davanti a lei siamo sempre educati e cortesi. Eppure lei lo percepisce che c’è tensione, e anche in questo caso non sa perché e potrebbe colpevolizzarsi. E non ci dice niente perché vuole farci contenti, sempre e comunque. Questa cosa mi ha distrutto, da ieri che sono uno straccio vivente… E non è finita qua, dopo sono partita con tutta una serie di riflessioni… Non posso proteggerla da tutti i mali del mondo, ed è ora che anche io inizi a vivere senza trattenere sempre tutto dentro, che è la mia specialità in tutto… Probabilmente è anche il motivo per cui mi attacco alla bottiglia, almeno a lei non devo mentire. Questa la mia riflessione. Cinica, amara. Reale. Vera. Penso di essere stata me stessa solo nei primi anni in cui ero insieme a *ex marito*. Mi ero staccata dalla versione “modello”, avevo trovato un genio sregolato che viveva nella sregolatezza, io tutta regole e precisina, lui tutto sbandato. E l’ho amato immensamente, e sono stata felice come non mai. Poi l’ho inscatolato. Non so se sono stata io a volerlo impacchettare, o lui che aveva bisogno dell’approvazione e del riconoscimento della mia famiglia, e ha deciso di impacchettarsi. Fatto sta che siamo passati da “due cuori e una capanna” (sporca e in rovina, peraltro) alla versione “coppia moderna con splendida casa splendida bambina un cane un gatto quanto siamo perfetti”. E ci siamo odiati, e ci siamo fatti schifo, e non ci andavamo più bene, perché io mi ero innamorata del suo essere diverso da me, lui si era innamorato perché ero tutto (e lo ero). Gli unici momenti di felicità reale, di libertà assoluta, di respiro libero, che ho provato negli ultimi n anni, sono stati due momenti in cui ero lontana da tutto e da tutti, prima a Matera, poi a Modena. Forse mi devo trasferire in una città con la M?!!? Come dicevo nell’altro post, mi sembra di vivere una vita che non è la mia. Che mi è stata scritta e cucita addosso, e la porto avanti a testa alta e nel migliore dei modi, perché sono stata programmata così. Lavoro, arrivo a casa, preparo la cena, lavo i piatti, sto due minuti con mia figlia, le preparo i vestiti per il giorno dopo, preparo i miei vestiti per il giorno dopo, metto a letto la bimba, mi siedo sul divano con M a guardare la tv, oppure leggo un libro, a volte stiro, di solito crollo dopo meno di mezzora. A volte mi fermo a fare la spesa prima di arrivare a casa. A volte metto la lavatrice e stendo i panni. Riordino se c’è qualcosa fuori posto. Tolgo polvere. Poi arriva il weekend e si fanno le pulizie grosse, la spesa grossa. Il riposino pomeridiano. Le attività di mia figlia. Sono stata programmata alla perfezione come moltissime altre donne che conosco, io ho l’aggravante dell’essere ingegnere, quindi quando faccio qualcosa, deve essere perfetta. Io non cucino la sera, io faccio masterchef. Io non pulisco casa, io la faccio risplendere. Ma per cosa? Ma per chi?! Mia figlia sarebbe felice con un po’ più disordine, ma più giochi insieme a lei. M non so perché lo vedo che gli piace che mi occupo della casa. Probabilmente sono diventata così robot anche perché so di compiacerlo in questo modo. Poi, è più che ovvio che sono robot per compiacere mia madre. Che più mi robottizzo, più la vedo che mi approva. Ultimamente mi parla pure come parla ad un adulto, non potete immaginare la mia soddisfazione nel poter parlare con mia madre “quasi” alla pari. Poi torna quella vocina, quella del post precedente. Una vocina che mi dice che se questa è la vita che mi aspetta, allora spero di morire giovane. Ok, giovane non la sono già più, allora diciamo “presto”. E mi torna in mente che quando ero ragazzina, avevo stabilito che sarei morta a 42-43 anni, in un tragico schianto da incidente stradale, in macchina da sola. Non chiedetemi perché l’avevo stabilito, avevo 15-16 anni quando l’ho detto per la prima volta… secondo me scherzavo sul fatto che avevo letto che la massima attività sessuale di un uomo è tra i 18 e i 25 anni, mentre quella di una donna è tra i 40 ed i 45, e avevo esclamato “allora voglio morire tra i 42 e i 43 anni! non senza prima aver fatto sesso con un ventenne! ho deciso!”. Poi questo scherzo è diventato un ritornello che ho ripetuto così spesso che adesso che è arrivata la vocina (dalla scorsa estate, nella terrificante vacanza sotto la pioggia in Austria), mi è tornata in mente pure quella mia esclamazione. Però il ventenne non ce l’ho… ne ho uno appena sopra la soglia, va bene lo stesso? Ecco, vedete come faccio. Come sono fatta. Parto con un post lacrimevole, e lo rigiro in un post scherzoso. Perchè sono fatta così. Perché ho le lacrime a bordo delle ciglia da ieri pomeriggio, da quando sono stata dalla psicologa e guardavo lei, guardavo *ex marito*, e non mi capacitavo di essere lì, mi vedevo come dall’esterno e pensavo: povera donna… meno male che non sono lei. Per poi accorgermi, ovviamente, di esserci dentro… e quando realizzo che sono io quella donna, si spalanca la voragine sotto ai miei piedi ed il vortice inizia a trascinarmi giù, sempre più giù… e si annebbia tutto ancora di più, tutto diventa ancora più doloroso, sono stilettate sulla pelle viva, fa male. Non lo so se questa è la mia vita, mi pare talmente ovvio che sto solo recitando un copione. L’alcool penso sia una prova tangibile del mio copione, la bottiglia mi capisce, lei sa come sono fatta realmente, a lei non devo mentire, lei mi vuole bene così come sono. (per te che sennò lo so che poi mi prendi sul serio e ti preoccupi i brutto: la frase è volutamente marcata con tono da alcolista all’ultimo stadio. fa parte del pathos che voglio incidere in questo post) Pathos a parte, una punta di vero in quello che ho scritto c’è, e ne ho preso consapevolezza proprio ieri. Perché quando ero a Modena, per esempio, mi son bevuta giusto una birra (slavata, peraltro) a pranzo, ed ho pure faticato a finirla. E sono consapevole, ed è per questo che scrivo, perché voglio evidenziarlo in modo da risolverlo, che sono arrivata in una fase in cui sta scattando la chiusura verso il mondo esterno. Mi rintano in casa a leggere e bere, e voglio stare da sola. Penso di essere arrivata al punto che sono stanca di mentire, sono stanca della facciata, mi si sta ritorcendo contro e mi si sta sgretolando sotto le dita. Qualcosa sta succedendo. Di sicuro non si torna indietro, e di sicuro aver fatto luce su tutte queste cose non può che farmi bene, ed aiutarmi a crescere. Sperando non sia troppo tardi.

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