Mi rendo conto, non per la prima volta, di quanto il mio cervello abbia questa formidabile capacità di rinchiudere a camere stagne ciò che preoccupa. E dico formidabile, perché è un toccasana per la mente stessa, e per il cuore, e per la vita, e aiuta ad andare avanti sempre e comunque con il sorriso. Non saprei bene come spiegarvelo, a me viene naturale. Vi è mai capitato di vedere quei sistemi di dighe sequenziali? 

Funzionano grosso modo così: si apre la prima diga, l’acqua inonda lo spazio a disposizione, ne mentre la diga si richiude alle spalle dell’acqua. Quando lo spazio è completamente allagato, lentamente viene aperta la diga a valle, in modo da consentire il lento defluire delle acque a monte. Ok, l’ho spiegato da cani, ma il concetto è quello.

Vivo la mia vita come al solito, qualunque cosa accada. Vado al lavoro, porto la bimba a scuola, compro il pane ed il latte, pulisco il bagno, mi lavo, mi vesto… Routine quotidiana. Mi succede intorno un tornado? La routine non cambia, mi rassicura, mi tranquillizza, è la mia diga a monte, chiudo tutto su in cima, non importa cosa accade a valle, il monte è al sicuro.

Poi devo mio malgrado affrontare il flusso a valle, e via di ospedale, di sofferenze, di un mondo a parte che mi piace considèrare a parte anche se so che quello è il mondo reale, ma la mia mente a camere stagne lo rinchiude, lo isola dal mondo che sta sopra, e così vivo come immergendomi in un brutto sogno, in cui il tempo non scorre, in cui i contorni sono sbiaditi, in cui la sofferenza ed il dolore vengono trattenuti e rinchiusi li.

Poi scendo le scale mobili del reparto di oncologia, che Dario Argento ed i suoi incubi neanche ci si avvicinano, e le scale mobili scendono con questa vetrata immensa che ti apre il cielo azzurro ed il sole ed il caldo primaverile che ci è regalato in questi giorni, e alla fine delle scale esco dalla porta automatica e inforco la mia bicicletta e pedalo, pedalo, forte, forte, forte, perché voglio essere più veloce delle lacrime e voglio che il dolore si scarichi nel dolore alle ginocchia, e quando passo il ponte sul fiume rallento e respiro e mi sembra che si, ho lasciato tutto indietro, ho chiuso la camera stagna, ho alzato la diga, e tutto torna “normale”.

Lo so, che il problema non si risolve e non cambia oltrepassando un ponte. Lo so che illudersi che il problema non esista, non lo fa passare. So tutto questo, ma è l’unico modo che conosco che mi aiuti ad affrontare sempre tutto con il sorriso, è la mia arte dello sdrammatizzare, del ridere quando tutto va male, e più rido io più dovete preoccuparvi, perché non mi farò mai vedere piangere, più ho lacrime e più rido per farvi ridere, per distogliere la  vostra attenzione, perché ho bisogno di voi per chiudere la diga a monte, ho bisogno delle vostre risa per distrarmi dalla realtà, divento giullare per chiedere agli altri di fare i giullari per me.

Questa sono io. Nel bene e nel male, giusto o sbagliato, vivo e affronto i dispiaceri in questo modo. Chiudo a camere stagne il mio dolore, cerco di lasciare defluire l’acqua in un qualche modo, lascio che la vita scorra indipendentemente da me, la guardo scorrere, le scorro a fianco, la rinchiudo, la riapro, è un corso d’acqua costante questa mia vita.

Sarà per questa analogia con i liquidi, che cerco riparo nella vodka, ma tranquilli, non la compro da due mesi apposta per non averla sotto mano, se non c’è non la bevo e tanto mi basta.

Tutto il resto, è chiuso nella camera stagna, e non ho alcuna intenzione di aprirlo. 

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