Passate le (mie) tempeste ormonali di due domeniche fa, la vita ha ripreso a scorrere, per meglio dire, ha ripreso a CORRERE. Da un mese ad oggi, da quando mia madre è in ospedale, le giornate sono una rincorsa infinita in cui a volte mi ritrovo così stanca che faccio fatica ad alzarmi dalla sedia, di qualsiasi sedia si tratti. Persino quella dell’ufficio. Perché alzarsi da una sedia significa che mi aspetta un ennesimo spostamento, in queste giornate in cui mi sento una pallina da ping pong impazzita. Anzi, avete presente la palla rimbalzina? Se avete intorno ai 40 anni, non potete non ricordarvela. Questa:
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Ecco. Quel faccino sorridente in mezzo ai glitter sono io, che mi sforzo di mantenere il sorriso mentre rimbalzo senza sosta da una parte all’altra. Per dire.
Arrivo a casa la sera un’ora e mezzo più tardi rispetto all’orario in cui rientravo di solito, perché dopo il lavoro ho la sequenza “ospedale”-“bimba da ritirare da qualche parte”, alla quale si aggiunge, a seconda dei giorni, una variante a scelta tra ottico-spesa-incombenze per la casa del nonno-ritirare la cena (che magari ogni tanto, me lo merito pure, di prendere cena da asporto!).
Rimbalzo, rimbalzo, e quando arrivo a casa rimbalzo ancora un poco per la cena-apparecchiare-sparecchiare-lavastoviglie (anche se per mia immensa fortuna, ho il Santo M che mi aiuta davvero tantissimo), ai quali aggiungiamo i compiti di mia figlia (che è bravissima pure lei, ma qualcuno dovrà pure interrogarla dopo che ha studiato).
Terminati i rimbalzi, mi siedo sul divano, guardo l’orario e vedo che “sarebbe” ora di mettere a dormire mia figlia.
E no.
Eccheccaxxo!
Va a finire che faccio la pessima madre e non la metto a dormire, perché mi sono appena seduta e questa bimba due minutini me la voglio anche vedere con calma. Così finisce che ci guardiamo la tv, qualsiasi cosa di non impegnativo (questa settimana, ad esempio, Sanremo è assolutamente perfetto), che ci consenta di fare due chiacchiere su qualsiasi cosa ci venga in mente. E ridiamo, tanto. Perché finisce che ho proprio tanto bisogno di ridere, e sono egoista e me ne sto lì a ridere insieme a lei, e la metto a dormire con un’ora di ritardo rispetto alla tabella abituale. Pace.
L’altra sera, ad esempio, ci siamo sbellicate dalle risate e vi racconto l’aneddoto così, per svago.
Settimana scorsa stavamo parlando del fatto che al giorno d’oggi ci sono tante cose che si danno per scontate e che quando ero giovane io invece, erano preziose. Ho fatto l’esempio dell’autoradio, che la mia prima macchina non aveva l’autoradio perché costava troppo e avevo appena i soldi per la macchina, pertanto quando andavamo in giro con le mie amiche, ci dicevamo “accendi l’autoradio!” e iniziavamo a cantare a squarciagola. La canzone che andava per la maggiore era “Marco se n’è andato non ritorna più…”, perché già solo iniziare a cantarla ci faceva scoppiare a ridere (eh, la *stupidera*, a quell’età, è una malattia per fortuna incurabile).
Raccontavo questo a mia figlia, che si è appassionata alla canzone, e da allora ha voluto a tutti i costi impararla a memoria e ha fatto 3-4 giorni a fracassarmi l’anima con ‘sta benedetta canzone…
Martedì sera, nella nostra oretta di divano pre-nanna, ci guardavamo Sanremo e chi ti compare? Lei, la Pausini. E che ti canta? Vuoi che non ti canti la canzone con cui vinse Sanremo giovani, che diede il via alla sua strepitosa carriera? Vuoi che non la canti?
“MarcoSeN’èAndatoNonRitornaPiù…” eccola, la canzone inizia, mia figlia “mamma accendi l’autoradio!” e via a cantare a squarciagola e a ridere come due pazze…
Ecco, alla fine basta questo, per risollevare una giornata da palla rimbalzina.

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