Oggi, ore 18, riunione aziendale per presentare a noi dipendenti il nuovo assetto della proprietà. Presumo (ma non ne ho la certezza) che ci presenteranno i nuovi proprietari, lanciando rassicurazioni meravigliose a prospettarci il futuro più roseo, mentre dietro alla scrivania assesteranno i fucili per iniziare a colpire, uno alla volta, le varie teste che vorranno far esplodere.
Dal canto mio sono stranamente tranquilla, mi sento che la mia non sarà una di quelle teste, non perché io sia insostituibile, ma perché sento che “non è la mia volta”, non tocca a me, non ancora, perlomeno.
Che poi io desideri davvero continuare la mia vita, lavorativamente parlando, proseguendo questo tipo di attività, non lo so.
Domenica scorsa ho incontrato un’amica che non vedevo da 7 anni: una coppia che frequentavo assiduamente quando ero con *ex marito*, una volta iniziata la mia seconda vita, mi sono allontanata da loro perché associavo troppi brutti ricordi, benché non legati a loro due, erano comunque testimoni vivi della fine del mio matrimonio, nonché della nuova sfavillante relazione di lui… non ce la facevo.
Li ho rivisti e mi ha fatto tanto piacere vedere che nei miei confronti l’atteggiamento non è cambiato (mentre so che *lui* lo salutano a malapena), parlare con loro è stato come ritrovarli il giorno dopo, e non a 6 anni di distanza, in cui hanno entrambi cambiato lavoro, procreato il secondo figlio, cambiato casa. E’ una cosa che mi allieta tanto, ritrovare belle persone e ritrovarle uguali, nonostante la vita avanzi e modifichi.
La questione lavorativa, soprattutto per quanto riguarda lei, è strabiliante: ha lasciato la carriera (peraltro già ben avviata) di avvocato, per riprendere gli studi, cambiare completamente settore, ed ora fa l’insegnante e sta continuando a studiare per passare di ruolo e cambiare insegnamento.
L’ho ammirata in estasi: lei è riuscita dove io avevo fallito, quando nell’estate del 2007 avevo abbandonato gli studi perché non riuscivo a seguire lavoro, casa, figlia, università. Diciamo anche che all’epoca non ero stata per nulla aiutata, anzi osteggiata più volte, da mia madre che mi caricava di sensi di colpa perché le chiedevo di occuparsi della bimba mentre io studiavo… Ma inutile rivangare il passato, se fossi stata davvero motivata avrei comunque trovato il modo ed il tempo, probabilmente non lo ero a sufficienza, e amen.
Il mio sogno, all’epoca, era appunto quello di insegnare. So di avere la vocazione, so di averne le capacità, mi è capitato più volte, per lavoro, di dover tenere dei corsi, e ho sempre ottenuto soddisfacenti risultati dai miei “allievi”.
Mi è capitata sottomano, pochi giorni fa, una proposta di collaborazione per un’azienda privata di formazione, con la quale potrei lavorare pur non avendo l’abilitazione, essendo appunto struttura privata. Una collaborazione senza soluzioni di continuità, oggi fai un corso, poi chissà quando e se farai un altro corso, e così via.
Ho mandato il curriculum pensando che al giorno d’oggi, solo un pazzo lascerebbe un lavoro fisso (seppur blandamente retribuito) per un “chissà quando e se”, soprattutto con un mutuo da pagare ed una figlia da crescere. E infatti, non lo farei mai e poi mai.
Però. Se di punto in bianco mi licenziassero, allora sarei a spasso e potrei lanciarmi in qualsiasi cosa, perché sarebbe tutto concesso, visto che non avrei altro da fare.
Ecco, il mio essere schifosamente ottimista mi fa vedere questo, nella situazione attuale della ditta in cui lavoro: non un problema, non una preoccupazione, ma un’opportunità.
Poi lo so, che tanto non cambierà nulla.
Ma intanto, sognare rimane gratis.

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