Nel mio continuo pensare, altaleno da un’emozione all’altra.
La mia capacità di mantenere camere stagne mi consente di andare avanti e condurre la mia vita come sempre, ma questa volta mi fa tanta paura andare avanti come niente fosse, perché sarebbe un crollo troppo devastante ad attendermi, fra qualche mese. Mi concedo quindi di abbandonarmi alla malinconia, al ricordo di mia madre, a ripensare alle piccole cose degli ultimi mesi vissuti accanto a lei. Mi concedo questi amari respiri, queste lacrime, per lasciar passare piano piano le emozioni attraverso il mio muro interno: devo farlo scorrere lentamente, questo dolore, perché se arrivasse tutto insieme sarebbe un disastro, vedo mio babbo devastato, distrutto dal dolore, incapace di reagire, non posso permettermi di arrivare a quel punto. Pertanto mi “curo”, a modo mio, che ormai mi conosco. Parlo di lei con chi mi chiede, mantengo vivo il suo ricordo senza rinchiudere i miei sentimenti dentro la mia solita corazza.
E penso, penso tanto.
Penso ad un post che avrei voluto scrivere negli ultimi mesi, ma poi non ho trovato modo di farlo uscire, e adesso invece ce l’ho proprio qua, e ne voglio parlare.
Voglio parlare di questo mio essermi sempre sentita inadeguata, nei confronti delle aspettative del Generale. Questo sentirmi sempre che non andavo bene per lei, che non ne combinavo mai una giusta, che nulla pareva accontentarla.
Questi ultimi mesi tutto questo è cambiato, inevitabilmente ma altrettanto inaspettatamente.
Aveva questa luce negli occhi, quasi dolce, quando mi guardava arrivare in ospedale e quando mi salutava mentre uscivo. Mi sorrideva, ed era spontaneamente contenta di avermi lì con lei. Mi “difendeva”, anche. Ecco questo atteggiamento mi ha reso così contenta che non saprei spiegarvi… provo.
Mio padre era con lei 23 ore al giorno, tranne quell’ora in cui passavo io, in pausa pranzo o alla sera dopo il lavoro, e lui andava a casa per lavarsi, ma correva subito in ospedale di nuovo, perché non riusciva ad allontanarsi da lei. I primi tempi, quando stavo con lei, capitava che entrasse un infermiera che non mi aveva ancora visto, chiedeva se fossi la figlia, e mia madre rispondeva “sì, è mia figlia, riesce a passare poco perché lavora tutto il giorno, in più si occupa della bimba”. Lo diceva orgogliosa di me, non so spiegarvelo bene, era soddisfatta che nonostante le 8 ore in ufficio e la figlia da gestire, io passassi da lei ogni giorno per quest’ora, che evidentemente era importante per lei tanto quanto per me. E lo diceva come a volermi difendere, per spiegare all’infermiera che se non mi aveva ancora visto non era perché me ne fregavo, ma perché impiegavo il tempo che avevo a disposizione. Questo i primi tempi, perché nei weekend in cui non avevo la bimba, stavo con lei più tempo possibile… Il potermi prendere cura di lei, il suo consentirmelo, il suo lasciare che le dessi un bacio prima di andarmene, è stato per me talmente importante che mi sento come liberata… come se il mio senso di inadeguatezza si fosse alleviato, come se tutto questo fosse il suo modo di liberarmi.
Questi mesi ci sono serviti per permettere a lei e a me di dimostrarci il bene che ci volevamo reciprocamente.
Su questi ricordi cerco di concentrare il mio pensiero, non sulla sua sofferenza, non sul suo dolore.
Su ciò che di buono c’è stato in questa agonia, in quanto di questo calvario posso salvare e tenere con me.
Ne parlerò e ne scriverò ancora tanto, ho tanti aneddoti sulle “coincidenze” da raccontare…
Un giorno alla volta.

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