Delle mie numerose crisi di panico, riconosco un genere “classico”: il panico da “fine della festa”, anche detto “e mo’ che faccio?”
Il primo, grande attacco che ho avuto è stato dopo la prima festa di fine anno che avevo organizzato alla grande nella *fu* casa di montagna. All’epoca non ci abitava ancora il mio nonno, e questa grande bellissima casa era disabitata… quale migliore occasione per organizzare una mega festa per l’ultimo dell’anno? E così avevo radunato 20 persone, caos fino a mattina, gente che dormiva sul pavimento, altri che vomitavano in giardino… le solite belle cose che accadono quando c’è una bella festa insomma 😉
Il giorno dopo a ripulire i danni, rimettere in ordine, riprendersi dalla sbronza, salutare i superstiti, e così via fino a sera… finito tutto, rimasti soli io e il *fu* ex marito (all’epoca fidanzato), ho iniziato a non respirare, mancava l’aria, mi girava la testa, ero dovuta correre letteralmente fuori casa, avevo camminato camminato camminato finché non mi era passata. Non sapevo cosa mi fosse capitato, mi ci sono voluti anni, e tante altre crisi, per capire che quell’attacco di panico era dovuto all’aver trascorso giorni fin troppo intensi, con miliardi di persone intorno e miliardi di cose da fare, e ritrovarmi immersa nel silenzio, quando finalmente avrei dovuto riposarmi, niente, il mio cervello non lo accettava (e continua a non accettarlo, questo è un dato di fatto)
Un’altra grande crisi l’avevo avuta dopo la laurea, per intenderci… un panico assoluto!
Queste premesse (avrei qualche altro miliardo di episodi, ma il concetto è sempre più o meno lo stesso), per ricollegarmi al racconto del weekend da poco trascorso.
La domenica sera, finito tutto, salutati gli amici, recuperato la figlia, ripulito la casa… insomma, ero così stanca e stravolta che mi sono buttata nel letto sfinita. Non ho neppure bevuto la vodka, e già questo la dice lunga sul mio livello di stanchezza!
Ma niente, non c’era verso di chiudere occhio… (magari la vodka avrebbe perlomeno aiutato… pace) Ho chiamato M per chiedergli due coccole, si è coricato al mio fianco, gli ho detto non riesco a dormire, troppa adrenalina addosso… in realtà mi mancava l’aria e faticavo a respirare, copione già visto.
M mi ha detto di respirare lentamente, di lasciare tempo al mio corpo e alla mente di rilassarsi, di provare a scivolare direttamente nel sonno senza pensare ulteriormente.
Ho provato, ci ho messo un po’ (un bel po’), ma finalmente il sonno è giunto ed è stata una notte intera di riposo senza sogni.
E’ stato un panico contenuto, complice l’averlo già vissuto infinite volte, ma soprattutto il forte e calmo abbraccio del mio compagno. Chissà, la cura potrebbe stare proprio lì?

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