Il clima novembrino trae in inganno, eppure è ancora ottobre. Sarà che a casa abbiamo fatto installare il camino, viene voglia che sia già novembre, di quelle domeniche in casa a cucinare piatti golosi da piluccare mentre lo sguardo viene rapito dalla fiamma crepitante.
Tempo uggioso, umore ballerino.
Penso di essere passata in una fase successiva dell’elaborazione del lutto, sto acquisendo consapevolezza della mancanza, mi riempio spesso gli occhi di lacrime che non lascio scendere, sono pur sempre parte della famiglia senza lacrime.
Mi manca il Generale, mi manca proprio tanto. Ha lasciato un vuoto enorme, e più ancora nelle piccole cose, nei piccoli gesti quotidiani, la sua mancanza appare ancora più evidente.
Riflettevo sui meccanismi che si instaurano nei rapporti quotidiani, verso le persone che hai accanto ogni giorno. La quotidianità, l’abitudine, mi risucchiano in un vortice di atteggiamenti che spesso non rispecchiano il mio reale stato, i miei veri sentimenti.
Con mio padre sono diventata asciutta, mi rivolgo a lui sempre imperativa, per scuoterlo dal suo vittimismo, per farlo reagire alla perdita. “Prima” lo coccolavo di più, ero più affettuosa con lui, lo salutavo sempre con un bacino o un abbraccio, adesso non mi riesce più spontaneamente, sono diventata acida, mi dà fastidio vederlo sempre abbattuto, mi dà fastidio dover essere sempre e solo io quella che cerca di tenere su il morale a tutti, mi disturba che nessuno (in particolar modo, mio padre) mi chieda mai come sto, se soffro, se fa male, se mi sento sola, perché sì, mi sento anche sola.
Con M sono una stronxa, e lo sono così di frequente che alla fine pure lui non capisce più chi sono. L’altra sera ero così stanca che mi sono messa a letto a leggere un libro, dopo un po’ è venuto in camera a chiedermi che cosa caxxo avevo, perché ce l’ho con lui in questo modo, perché lo schivo, perché sembra che lo odio. Io sono letteralmente “caduta dal pero”, non mi ero messa in camera per evitarlo ma solo per mettermi comoda a leggere… però è evidente che lo evito così spesso che alla fine, sembra che lo stia evitando anche quando così non è. E mi dispiace davvero tantissimo, da quella sera cerco di stare attenta ai miei scatti, cerco di dargli un po’ più di attenzione, non è il mio punching-ball, anzi è l’unico al quale potrei appoggiarmi quando sento che sto per cadere… ma la quotidianità, le abitudini, il reiterare comportamenti sbagliati, mi annebbiano e disturbano e alla fine perdo di vista la realtà.
L’unica persona con cui non ho di questi meccanismi è mia figlia, ed infatti lei è l’unica con cui riesco davvero ad essere me stessa e rilassarmi, ma è una preadolescente e non posso certo pretendere che trascorra tutto il suo tempo con me, anzi! Per fortuna riesco a ritagliarmi uno spazio, quei dieci minuti in cui la accompagno a scuola al mattino, e gli altri dieci minuti in cui la vado a prendere all’uscita: in questi momenti riesco a parlare con lei con tranquillità, perché non siamo risucchiate dalle incombenze quotidiane, né distratte da altre mille cose da fare.
Tutto questo discorso sulla quotidianità, per tornare a parlare del Generale. Ora che lei non c’è più, vedo in modo completamente diverso molti dei meccanismi che si erano instaurati fra me e lei, riesco a vederne con chiarezza la ruggine, lo stridore degli ingranaggi del nostro sentimento, l’impossibilità di limare via tutto quel carico accumulato negli anni. E ringrazio di aver avuto quei due mesi in più, per poter togliere tutto il superfluo e riuscire a scorgere ciò che realmente eravamo: una madre ed una figlia.
In quei due mesi di ospedale, mia madre si è finalmente accorta che le voglio bene. Fino ad allora, me ne rendo conto solo adesso, lei era convinta che io la odiassi. E fino ad allora, io ero convinta che lei odiasse me, convinta di essere la sua delusione, che di me non le andasse bene nulla. Due mesi in cui siamo riuscite ad appianare questo immenso malinteso, e mi fa male pensarlo, perché in fondo non siamo riuscite a goderci il risultato di tutto questo, lei se ne è andata proprio quando eravamo pronte a volerci semplicemente bene.
E ci tengo a dirvi che sto piangendo mentre scrivo queste frasi, anche se sono una senza lacrime.
Questi meccanismi di quotidianità si inceppano, e non voglio che si accumuli ruggine anche con le persone a cui tengo ora. Non voglio, per l’ennesima volta, accorgermi troppo tardi che bastava una spolverata per far tornare a risplendere l’oro del nostro rapporto.
Desidero darmi una limata, togliermi gli spigoli, lasciare che le persone che amo mi stiano vicino, non voglio continuare a tener lontani tutti per timore divenire ferita, perché così facendo mi ritrovo da sola su un’isola deserta a lamentarmi della mia solitudine.
Non voglio dovermi trovare ancora, nella mia vita, a pensare che rivorrei indietro una persona “ma con la testa che ho adesso”: voglio vivere i sentimenti nel momento in cui questi esistono, perché anche se è banale dirlo, la vita è troppo breve, e non sappiamo per quanto potremo godere dei nostri affetti.
Forse sono pronta per diventare grande. Chissà.

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