La mia nonna non ce l’ha fatta. Ha superato i giorni di Pasqua indenne, parlando al telefono con parenti ed amiche, come niente fosse. Si lamentava che le davano poco da mangiare e aveva fame, si lamentava che le avevano cambiato stanza e doveva abituarsi, si lamentava delle salviette che le avevano date… si lamentava: era mia nonna.
Era.
E’ mancata lunedì mattina, perlomeno così ci hanno riferito.
I polmoni non ce l’hanno fatta, dicono. Una mia amica infermiera mi ha spiegato che questo virus causa spesso dei trombi, che quindi è un attimo e puff… non ci sei più.
Quando leggi di altre persone, racconti, testimonianze, sì va bene, ma è capitato ad altri e non ti ha toccato di persona. Questa volta, purtroppo, tocca a noi.
Il dispiacere per la perdita di una nonna è ovviamente alto, per quanto ci si possa adeguare all’idea, per quanto mia nonna avesse 87 anni… la verità, si sa, è che non ci si abitua mai. Lei aveva i suoi 87 anni e li portava che “avercene”! Era più in forma di me, mentalmente al 100% (forse pure oltre), fisicamente in salute, mai un problema, basti ricordare la recente vigilia di Natale e le discussioni perché voleva organizzare lei a casa sua, per 15 persone! E invece. Ha iniziato con qualche linea di febbre, un po’ di tosse, faceva fatica a respirare. Ha scelto lei di andare in ospedale a farsi controllare perché proprio “non si sentiva bene”. Prima di andare si è fatta il bagno, lavata e pettinata con cura i capelli (la settimana prima si era fatta la tinta – da sola), ha sospeso l’abbonamento alla Gazzetta perché se non gliela portavano tutti i giorni, ha disdetto la fornitura di vino che le sarebbe arrivata nei giorni successivi (non per nulla, era mia nonna!)… si è preparata con cura, con mille accorgimenti che francamente, dico, 87 anni!?
In ospedale è stata ricoverata immediatamente: diagnosi dopo la tac evidente COVID.
Le hanno fatto un primo tampone negativo, ma la tac dava altri responsi… al secondo tampone, positivo, hanno iniziato la terapia prevista per il virus. La prima settimana andava bene, poi ci hanno chiamato che si stava aggravando e la spostavano in un altro ospedale, anche questo adibito covid, che scopriremo poi essere battezzato “hospice” del virus… ma questo ovviamente non ce lo hanno detto. In tutto questo tempo e fino all’ultimo giorno, come ho detto, lei parlava tranquillamente al telefono, sì aveva la mascherina dell’ossigeno, ma non era intubata… anche se vita l’età, sicuramente non l’avrebbero comunque intubata in ogni caso.
Di tutta questa vicenda, ciò che distrugge più di tutto è la SOLITUDINE. Mia nonna è morta da sola, ha vissuto gli ultimi giorni da sola, e non meritava (NESSUNO lo merita) di finire in questo modo. Avrebbe meritato una morte serena, nella sua casa dove viveva sola ed autonoma da decenni, con vicino i suoi cari.
E INVECE.
Il vuoto di saperla morta così, da sola, è dilaniante. Il non sapere nulla dei suoi ultimi giorni di vita, perché va bene che i dottori ci chiamavano ogni giorno, ma NON E’ la stessa cosa. Non la vedi. Non sai. E’ straziante.
Infine, il non poterla salutare pubblicamente. Un ultimo sguardo al suo corpo, una messa per lei che era donna di fede, un funerale, una sepoltura.
Nulla.
La porteranno all’inceneritore, consegneranno le ceneri direttamente all’agenzia funebre, e in ultimo (almeno questo) la concessione di recarsi (massimo 5 persone) al cimitero per la sepoltura, la metteremo insieme a mio nonno, suo marito, unica consolazione.
Il virus non perdona.
Oggi lo impariamo anche noi.